Susanna Agnelli è morta questa sera all'età di 87 anni, dopo una serie di complicanze a seguito di un'operazione per la frattura del femore.
Sorella di Gianni e Umberto, una vita spesa tra la politica, gli impegni a carattere umanitario e la passione di scrittrice. In questi giorni leggeremo molti stralci della sua biografia sui media che per mestiere cavalcheranno la notizia fino a quando farà ancora sensazione.
Ho avuto l'opportunità di conoscerla personalmente nel novembre del 1980, quando l'Italia subi la ferita del terremoto dell'irpinia. All'indomani del sisma partii dalla riviera marchigiana così distante da quei luoghi di morte e devastazione con un piccolo gruppo di volenterosi, catapultandoci in una realtà spettrale di rassegnazione e dolore. In quegli anni la macchina dei soccorsi non era così efficiente come viene mostrata ai giorni nostri dalle tv nazionali.
Capitammo così quasi fortunosamente a Calitri, un paesino Irpino dove disorganizzazione e caos imperavano. Fu lì che incontrai e conobbi Susanna Agnelli. Arrivo qualche giorno dopo con la Croce Rossa, in un clima di anarchia e prese in mano subito la direzione delle cose. Ma lo fece con garbo e discrezione. Ricordo ancora le lunghe riunioni con tutti, politici locali, faccendieri, volontari, tutti che volevano dire la loro spesso sconfusionata ricetta operativa senza alcun riguardo per la logica e il buon senso. Susanna ascoltava seria, senza mostrare sufficienza o insofferenza, a volte sembrava che gli sfuggisse persino un sorriso di approvazione, poi terminati i comizi dei "parolai" che si infervoravano con la stessa velocità con cui si dileguavano quando c'era da rimboccarsi le maniche, ecco allora Susanna parlava e si rivolgeva più spesso a quelli che attendevano per lo più in silenzio senza inutili polemiche. E pur dimostrando una grande capacità organizzativa, non disdegnava da loro un opinione, un punto di vista, un contributo per migliorare il da fare. Poi arrivava il tempo dell'azione e ti sentivi caricato da un'approvazione e un sostegno che dispensava discreta ma intensamente.
La ricordo ancora arrivare al campo con la Fiat 132 preceduta dal suono di una sirena che l'autista attivava al precedere dell'ingresso. Quel suono, unica stonatura nelle sue visite che provocava fastidio a chi magari era intento a scaricar camion, montare tende tra pioggia e fango. Sembrava come un sottolineare la distanza, ma la stonatura era appunto che avendo modo di conoscerla nella realtà, quella distanza non c'era, o meglio, lei non la faceva sentire.
Forse fu per questo che una sera agimmo come un "commandos" e armati di tronchesine tagliammo i cavi della sirena. L'autista non volle rinunciare al suo ingresso sonoro e ogni volta che arrivava al campo suonava il clacson provocando maggiore irritazione.
Ma era un peccato veniale, il carisma di Susanna Agnelli e il sostegno che diffondeva tra chi, come noi, si definiva peggio dei terremotati (dopo 8 giorni di campo non avevamo ancora un posto per dormire) si dimostrato molto più importante, quasi un riconoscimento ai nostri sforzi e alle nostre fatiche.
La ricordo ancora, in piedi al freddo con il suo completo giacca a vento e calzoni LaFonte blu rigato di bianco con il vento a scapigliarle i capelli senza riuscire a fargli perdere l'eleganza che in posti e situazioni come quelle, sarebbe l'ultima cosa che possa venirti da notare ma non quando l'eleganza è una questione di animo.
Susanna Agnelli, la ricordo così...
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